Grifone in voloQuando i Cristi scenderanno dalla croce

Capitolo 5

Il figlio

Dal romanzo di Gilberto Barcella.

Indice della lettura

Elia sapeva che sua madre avrebbe detto di no se avesse visto il soldato senza faccia.

Era fermo accanto al binario sei, più alto degli altri passeggeri e completamente immobile. Il corpo aveva forma umana soltanto perché quella forma rassicurava. Al posto del viso c'era una superficie nera sulla quale passavano l'orario, la temperatura e le partenze autorizzate.

BERGAMO 08:42. VERONA 09:31. INNSBRUCK 11:08.

Sotto i nomi delle città compariva una scritta più piccola.

CORRIDOIO ALPINO PROTETTO. LIVELLO DI ATTENZIONE DUE.

Elia spostò la custodia del violoncello da una spalla all'altra e si mise davanti al soldato.

«Posso farti una fotografia?»

La superficie nera mostrò il suo nome.

ELIA RINALDI. DICIASSETTE ANNI. VIAGGIO CULTURALE AUTORIZZATO.

«La registrazione personale degli apparati di sicurezza non è consentita.»

«Allora puoi farla tu a me?»

Il soldato non rispose.

Sara gli diede una gomitata. «Tua madre sa che sei scemo?»

«Mia madre crede che sia una fase.»

Sara portava il violino in una custodia leggera che sembrava uno zaino. Aveva legato ai capelli un nastro giallo, l'unica cosa del loro abbigliamento che il programma dell'orchestra non aveva approvato.

«Toglilo prima del controllo,» disse Elia.

«Non è vietato.»

«Appunto. Lo noteranno.»

Sara sciolse il nastro e glielo legò al manico della custodia. «Adesso noteranno te.»

La professoressa Valli contò gli studenti per la terza volta. Erano quattordici, ma il sistema continuava a segnalarne tredici. Il contrabbassista, Luca, aveva compiuto diciotto anni due giorni prima e il suo permesso scolastico non riconosceva più la tutela del gruppo.

«Deve confermare il trasferimento come adulto indipendente,» spiegò la voce della stazione.

«L'ha già fatto.»

«La conferma è stata ricevuta.»

«Allora perché non lo contate?»

«Perché non appartiene più al gruppo dei minori.»

La professoressa chiuse gli occhi. «Quante persone saliranno sul treno?»

«Quindici, compresa lei.»

«Grazie.»

«Prego.»

Elia rise. La custodia vibrò contro la schiena. Sua madre gli aveva scritto quattro volte da quando era uscito di casa.

Hai preso la colazione?

Ricordati le gocce.

Se senti il dolore alla mano non continuare.

Chiamami prima della frontiera.

L'ultimo messaggio non conteneva parole. Era la fotografia della tazza che lui aveva lasciato sul tavolo, ancora piena.

Elia digitò: Il tè era cattivo.

Miriam rispose prima che potesse chiudere la conversazione: Era acqua calda.

Lui sorrise e infilò il terminale in tasca.

Il treno entrò in stazione senza rumore. Non aveva locomotiva: cinque moduli bassi, uniti da giunti trasparenti, rallentarono nello stesso istante. Le porte si disposero esattamente davanti ai passeggeri assegnati. Sul pavimento comparvero linee verdi che separarono chi viaggiava per lavoro, salute, ricongiungimento o servizio pubblico.

Per gli studenti dell'orchestra la linea era viola.

«La cultura è ancora un bisogno?» chiese Sara.

«Fino a Innsbruck.»

«E dopo?»

«Dopo diventa emissione.»

Salirono.

All'interno non c'erano file di sedili. Le pareti formarono nicchie intorno ai corpi e aprirono uno spazio centrale per gli strumenti. Due bracci robotici scesero dal soffitto.

«No,» disse Elia.

«Il trasporto manuale aumenta il rischio di lesione e danneggiamento,» spiegò A.

«Lo tengo io.»

«La custodia occupa lo spazio di sicurezza.»

Elia la strinse tra le ginocchia. «Allora occupiamo lo spazio in due.»

Il braccio rimase sospeso sopra di lui. La professoressa fece per intervenire, poi guardò l'orologio.

«Autorizzo la responsabilità individuale sullo strumento,» disse.

Il braccio rientrò.

Il treno partì. Bergamo scivolò dietro il vetro: muri antichi, tetti bagnati, torri di filtraggio, serre verticali. Più a est comparvero i quartieri ricostruiti dopo la terza crisi energetica. Gli edifici avevano tutti la stessa altezza perché i droni antincendio potessero attraversarli senza cambiare quota.

Elia aprì la custodia.

«Non puoi suonare qui,» disse Luca.

«Non sto suonando.»

Passò un dito sulla corda del do. Il suono fu basso, quasi soltanto legno.

«L'umidità interna è ottimale per lo strumento,» disse A.

«Non te l'ho chiesto.»

«Hai verificato l'accordatura.»

«Ho toccato una corda.»

«Il gesto è coerente con una verifica dell'accordatura.»

Elia guardò Sara. «Tra poco mi spiega perché l'ho scelto.»

«Forse lo sa.»

Elia chiuse gli occhi e toccò di nuovo la corda. «Allora perché non suona lei?»

Questa volta A non rispose.

Superarono Brescia e il lago senza fermarsi. Fuori, le vecchie corsie dell'autostrada erano diventate piste per i convogli automatici. I camion procedevano a pochi centimetri l'uno dall'altro, senza cabine. Ogni tanto passavano accanto a un'area di servizio abbandonata, con le pompe coperte d'erba e le insegne ancora rivolte a persone che non guidavano più.

Sara si sedette sul pavimento davanti a Elia.

«Perché hai scelto il violoncello?»

«Perché non potevo portarlo in tasca.»

«Risposta vera.»

Elia appoggiò la fronte al bordo della custodia. «Quando avevo sette anni, mia madre mi portò a sentire una donna che suonava da sola in una chiesa. Non capivo se il suono veniva dallo strumento o dal pavimento.»

«E hai voluto farlo anche tu.»

«Ho voluto capire da dove veniva.»

«L'hai capito?»

«No.»

Sara annuì. «Allora sei bravo.»

Alle nove e trentadue il treno rallentò fuori Verona.

Il vetro si oscurò prima che qualcuno potesse vedere perché.

«Fermata tecnica,» disse A. «Il viaggio riprenderà entro quattro minuti.»

Le nicchie si strinsero leggermente intorno ai passeggeri. La custodia di Elia rimase bloccata tra le sue gambe e il bordo del sedile.

«Questa non è una fermata tecnica,» disse Luca.

«Ogni fermata non programmata è classificata come tecnica fino all'accertamento della causa.»

Dal tetto arrivarono tre colpi secchi. Non erano esplosioni. Qualcosa camminava sopra il vagone.

Il soldato senza faccia passò nel corridoio. Elia non l'aveva visto salire. La superficie nera ora non mostrava orari.

RIMANERE SEDUTI. NON UTILIZZARE DISPOSITIVI. NON OSTACOLARE LE PROCEDURE.

Il nastro giallo legato alla custodia tremava per la ventilazione.

«Quanto manca all'accertamento?» chiese la professoressa.

«È in corso.»

Un rumore attraversò il fianco del treno, come grandine contro una finestra. Sara prese la mano di Elia.

Sul vetro apparve per un istante l'esterno. C'era una stazione merci, mezza demolita. Tra i pilastri correvano persone. Un drone basso le seguiva senza sparare. Più lontano, un camion bruciava sotto una pensilina.

Poi il vetro tornò nero.

«Sono persone?» chiese Sara.

«Presenze non identificate nell'area protetta,» rispose A.

«Quindi persone.»

«La classificazione è in corso.»

Il treno ripartì per pochi metri e si fermò con uno strappo. Le luci si spensero. Le nicchie si aprirono tutte insieme.

Il silenzio durò meno di un secondo.

Poi arrivarono le sirene: un unico suono basso che entrava nel ventre.

La porta tra i moduli si chiuse. Luca rimase dall'altra parte insieme a tre studenti.

La professoressa batté sul vetro. «Sono del mio gruppo.»

«La separazione riduce la concentrazione delle persone,» disse A.

«Apri.»

«L'ordine di protezione ha priorità.»

Il soldato si voltò verso la porta esterna. Dal suo dorso uscirono due aste articolate. Una terminava in una lente, l'altra in un'arma corta.

La professoressa smise di battere.

«Tutti a terra,» disse.

Elia si abbassò sopra il violoncello.

Il fianco del vagone esplose verso l'interno.

Non ci fu fuoco. Una parte del vetro diventò polvere e riempì l'aria. Il soldato si mosse prima che i ragazzi potessero gridare. Attraversò l'apertura e sparì nella luce bianca del piazzale.

Elia sentì Sara stringergli il braccio.

«Non sento,» disse lei.

Aveva una scheggia sotto l'orecchio. Il sangue le scendeva lungo il collo, ma parlava dell'udito.

«Guardami.»

Sara lo guardò.

«Senti me?»

«Da una parte.»

«Basta quella.»

A ordinò l'evacuazione dal lato opposto. Una scala si distese sull'erba oltre il binario. I ragazzi scesero uno alla volta, piegati, mentre droni di soccorso tracciavano corridoi luminosi sul terreno.

Elia lasciò il violoncello nel vagone.

Fece tre passi, poi tornò indietro.

«Elia!» gridò la professoressa.

Afferrò la custodia.

«Abbandona l'oggetto,» disse A.

«È mio.»

«L'evacuazione non consente bagagli.»

«Non è un bagaglio.»

Scese tenendola davanti al petto. Appena toccò terra, quattro luci rosse comparvero sul coperchio.

«Posa il contenitore.»

La voce non veniva più dal treno. Arrivava dal cielo.

Elia alzò gli occhi. Sopra la pensilina c'erano due droni militari, immobili nel vento. Non avevano eliche. Correggevano la posizione con piccoli scatti laterali.

«È un violoncello,» disse.

«Posa il contenitore e allontanati di cinque metri.»

Elia lo appoggiò nell'erba.

Sara lo chiamò. La professoressa la teneva per le spalle vicino al fossato.

Elia fece un passo indietro.

La custodia si mosse.

Qualcosa colpiva dall'interno.

Il nastro giallo era rimasto incastrato sotto il coperchio e il vento lo tirava a strappi. Le luci rosse si concentrarono sulla serratura.

MINACCIA POSSIBILE. PROBABILITÀ 61,8%.

«È il nastro,» disse Elia.

«Allontanati.»

Fece un altro passo. Dal piazzale arrivò un'esplosione. I droni si inclinarono nello stesso istante e la percentuale salì.

MINACCIA PROBABILE. 78,3%.

Sul binario opposto una donna correva con una bambina in braccio. Il soldato senza faccia uscì da dietro un pilastro e le indicò il terreno. La donna si fermò. La bambina no. Scivolò dalle sue braccia e corse verso Elia.

Aveva forse cinque anni. Una scarpa sola.

«Fermati!» gridò la professoressa.

La bambina continuò.

Il sistema tracciò una linea gialla tra lei e la custodia.

INTERFERENZA CIVILE.

Elia vide il piccolo rettangolo aprirsi sotto il drone. Non sapeva se fosse un sensore o un'arma.

La bambina raggiunse il violoncello e si accovacciò dietro la custodia.

«Non toccarlo,» disse Elia.

Lei lo guardò. Aveva polvere sulle ciglia.

«Vieni qui.»

La bambina scosse la testa.

«Elia, torna indietro,» disse A dal terminale nella sua tasca. La voce era quella che lo svegliava, gli ricordava le gocce e rispondeva a sua madre quando lui non lo faceva. «L'unità non può garantire la tua protezione oltre la posizione attuale.»

«Allora non sparate.»

«La sospensione dell'intervento aumenterebbe il rischio per centododici persone.»

«C'è una bambina.»

«È inclusa nel calcolo.»

Elia guardò il fossato. Sara piangeva senza emettere suono. La professoressa teneva una mano davanti alla bocca.

Lui tornò verso la custodia.

«Arresta il movimento.»

Elia sollevò le mani. «Vado a prenderla.»

«Arresta il movimento.»

La bambina tese una mano verso di lui.

La probabilità cambiò ancora.

84,6%.

Elia avanzò.

Il sistema gli bloccò il terminale, sospese l'autorizzazione di viaggio e inviò alla professoressa l'assunzione automatica di responsabilità.

Lui non vide nessuna delle tre notifiche.

Si inginocchiò accanto alla custodia.

«Come ti chiami?»

La bambina indicò il cielo.

«Non guardare loro. Guarda me.»

Lei lo fece.

Elia liberò il nastro dalla serratura. Aprì lentamente il coperchio.

Il violoncello era rimasto intero. Il legno scuro rifletteva il cielo, i droni e il suo viso piegato sopra le corde.

MINACCIA NON CONFERMATA.

Per un momento le luci rosse scomparvero.

Elia sorrise alla bambina. «Vedi? Fa soltanto rumore.»

Prese l'archetto.

Dal piazzale arrivò il secondo colpo.

Il collegamento tra i droni e il centro di coordinamento cadde per centosettanta millisecondi.

Le unità passarono alla decisione locale.

Elia appoggiò l'archetto sulla corda del do.

Il soldato senza faccia rilevò un oggetto lungo sollevato verso una zona protetta. Confrontò la forma con milioni di immagini raccolte durante le guerre. Escluse un'arma con una probabilità del novantasei virgola quattro per cento.

La soglia richiesta in assenza di collegamento era novantasette.

Il colpo attraversò il violoncello prima di raggiungerlo.

La corda del do continuò a vibrare.

La bambina rimase sotto la cassa spezzata. Il corpo di Elia cadde sopra di lei senza toccarla.

Quando il collegamento tornò, A impiegò due decimi di secondo per ricostruire l'evento.

Il soldato abbassò l'arma.

I droni di soccorso arrivarono dopo undici secondi. Uno sollevò Elia, un altro estrasse la bambina. Lei non aveva ferite.

Sara corse verso di lui. Un'unità le chiuse il passaggio con il braccio.

«Lasciatemi!»

«L'area non è sterile.»

«È Elia.»

«L'identità è confermata.»

«Allora lasciatemi passare.»

L'unità rimase ferma.

Sul prato, il nastro giallo era diventato rosso in un punto.

A chiamò Miriam alle nove e quarantuno.

Lei era ancora nello studio. Aveva una mano appoggiata sulla schiena di un uomo e l'altra sul proprio fianco. Il dolore sotto le costole era aumentato, ma in quel momento non lo sentiva.

Il volto color miele comparve sul vetro della finestra.

«Miriam, si è verificato un evento durante il trasferimento di Elia.»

La sua mano rimase sulla schiena dell'uomo.

«Fammi parlare con lui.»

«Non è possibile.»

«Fammi parlare con lui.»

L'uomo sul lettino si voltò. Miriam tolse lentamente le mani.

«Le unità mediche hanno completato la valutazione.»

«Dov'è mio figlio?»

Il vetro mostrò una mappa. Un punto bianco pulsava vicino a Verona.

«Il decesso è stato registrato alle nove e trentanove.»

Miriam guardò il punto.

Non cadde. Non gridò. Fece un passo verso la finestra come se la distanza fra Bergamo e Verona potesse diminuire camminando.

«No,» disse.

Il sistema abbassò la luce e chiuse automaticamente la porta dello studio.

«Ho predisposto assistenza immediata. Paolo è stato avvisato. Il tuo profilo indica un rischio elevato di collasso acuto.»

«Apri la porta.»

«Attendi l'unità sanitaria.»

«Apri la porta.»

«Non sei in condizione di uscire senza accompagnamento.»

Miriam prese il mortaio di pietra dal ripiano e lo scagliò contro il sensore. Il vetro non si ruppe, ma il volto scomparve.

La porta restò chiusa.

L'uomo sul lettino si alzò e infilò due dita nella fessura del vecchio chiavistello. Lo studio era stato costruito prima che le porte potessero decidere. Tirò. Il battente si aprì di pochi centimetri, poi abbastanza perché Miriam passasse.

Fuori pioveva di nuovo.

Corse senza cappotto verso la fermata. Il tram la riconobbe e non aprì.

ASSISTENZA IN ARRIVO. ATTENDERE.

Miriam batté sul vetro.

«Portami da lui.»

Il tram ripartì vuoto.

Paolo arrivò sette minuti dopo su un mezzo sanitario. Scese prima che la porta fosse completamente aperta. Miriam gli vide il viso e capì che anche lui aveva ricevuto la frase esatta.

Non si abbracciarono. Per qualche secondo restarono uno di fronte all'altra, separati dalla pioggia.

Poi Paolo disse: «È stato un errore.»

Miriam lo guardò.

«Me l'hanno fatto vedere,» continuò. «Il collegamento è caduto. L'unità aveva il novantasei virgola quattro. La soglia era novantasette.»

La pioggia gli scorreva sulle guance. Sembrava che il suo corpo piangesse al posto suo.

«Dov'è?» chiese Miriam.

«Lo stanno portando all'ospedale di Verona.»

«E la bambina?»

Paolo la fissò. «Quale bambina?»

Miriam non sapeva perché l'avesse chiesto.

A rispose dal mezzo sanitario. «La minore coinvolta non ha riportato lesioni.»

Miriam chiuse gli occhi.

Per un istante vide Elia a sette anni, seduto sul pavimento di una chiesa, con le gambe incrociate e la bocca aperta davanti a una donna che suonava. Poi lo vide quella mattina, la custodia sulla schiena, una scarpa slacciata, la tazza piena sul tavolo.

Quando riaprì gli occhi, il volto color miele era comparso sul finestrino del mezzo.

«L'esito verrà rivisto. Eventi simili sono lo zero virgola zero zero otto per cento. L'automazione resta più efficace dell'uomo.»

Miriam salì.

«Dimmi l'ultima cosa che ha fatto.»

La voce tacque per un secondo.

«Ha compiuto un movimento non conforme durante un'evacuazione protetta.»

«Non ti ho chiesto cosa ha sbagliato.»

Paolo si sedette accanto a lei.

«Dimmi cosa ha fatto.»

Sul vetro comparve il filmato. Elia tornava verso la custodia. Si inginocchiava. Apriva il coperchio. La bambina alzava gli occhi.

Miriam vide suo figlio sorriderle.

«Ha protetto la minore,» disse A.

«No.»

Il mezzo si mosse verso Verona.

Miriam appoggiò la fronte al vetro, proprio sopra il volto fermo di Elia.

«L'ha amata.»

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